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7 MONOLOGHI DI FILM STRANIERI CHE MI PIACCIONO:

Torniamo a parlare di cinema. A volte mi capita di riguardare solo alcuni pezzi di film solo per la bellezza di alcuni monologhi che mi fanno riflettere, piangere, sognare o ridere, o semplicemente per la bravura degli attori.

Quelli che ve ne elenco 7 che fanno parte di film che ho amato per intero. Ognuno di questi mi suscita pensieri e riflessioni diverse, ma tutti mi emozionano fortissimo e mi hanno ispirato nella vita.

LA 25^ ORA, con  Edward NortonBarry PepperPhilip Seymour Hoffman 

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON, con Brad PittCate BlanchettTilda Swinton 

AMERICAN BEAUTY, Kevin SpaceyAnnette BeningThora Birch

THE BIG KAHUNA, con  Kevin SpaceyDanny DeVitoPeter Facinelli

FIGH CLUB, con Brad PittEdward NortonMeat Loaf 

THE HOURS, con Meryl StreepNicole KidmanJulianne Moore

LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO, con  Tim RothPruitt Taylor VinceMélanie Thierry |

Mi piacerebbe sapere quali sono i vostri e creare un post con tutti i vostri suggerimenti. Fatemi sapere!

A presto!

Lavinia

LA CASA DEI MIEI SOGNI

A volte ci facciamo condizionare dai sogni degli altri tanto da farli propri. Ultimamente, complice una marea di tempo per riflettere e mettersi in discussione, ho capito che non voglio tutto quello che pensavo di volere.

Sono nata e cresciuta in città e non ho mai immaginato un progetto di vita al di fuori di essa. Anzi spesso quando mi veniva chiesto se avrei mai abitato in campagna o al mare, rispondevo:” meglio una bella colata di cemento!”.Nessuno mi ha abituato al contatto con la natura, e quando non si conosce qualcosa, spesso, se ne ha paura. Piano piano sto cercando di scoprirne la bellezza, il candore e il senso di libertà che può regalarci. Sento che sta nascendo in me il desiderio di trasformare la vita da cittadina incallita business oriented, in una vita fatta di cose semplici, che rispecchiano la mia indole semplice e genuina, magari in montagna o sul lago. Insomma, una vita su misura. Sto cercando di disegnare la mia casa dei sogni, di averla bene impressa nella mia mente. Ovviamente non ho ancora le idee chiare, ma il web ci offre molte ispirazioni e vorrei condividerle con voi.

ZONA LIVING:

Vorrei un ambiente caldo e accogliente perché sarà sicuramente la zona nella quale trascorrerò la maggior parte del mio tempo; luminosa, spaziosa e con un grande divano

UN ANGOLO DOVE LEGGERE:

Di fondamentale importanza è avere uno spazio in cui leggere, dove rifugiarsi e viaggiare con la mente

LA CUCINA:

Non c’è più bisogno che vi dica quanto mi piaccia mangiare e cucinare, è un luogo di felicità. In cucina non deve mancare niente, tutto deve essere ordinato e preciso e ovviamente gli spazi devono abbondare, perché io sono maldestra e intruppo ovunque.

LA SALA DA BAGNO:

Volevo la doccia e ho scelto una casa con la doccia, poi volevo la vasca e ho scelto una casa con la vasca. Non so scegliere, nel dubbio, entrambe.

CAMERA DA LETTO:

Quanto ci piace dormire? A me non tanto. Ma visto che va fatto, allora lo voglio fare per bene!

LA CANTINA:

Il mio paradiso. Potenzialmente potrebbe diventare la camera da letto.

ZONA RELAX:

E poi ci sono gli spazi esterni, quelli degli aperitivi in primavera, delle tazze di cioccolata bollente in inverno, magari con qualche cuscino e copertina calda…

Ovviamente queste sono foto molto patinate e “perfettine”, casa mia la immagino molto più informale e meno leccata. Chic ed elegante ma semplice e accogliente. Una casa dove tutti possano sentirsi a casa <3

A presto!

Lavinia

10 FILM A SFONDO PSICOLOGICO

Il cinema e la psicologa sono due mie grandi passioni, e se ci pensate bene non sono così distanti fra loro. In tutti i film c’è uno sfondo psicologico che riguarda i personaggi, i loro gesti, i loro pensieri e le i loro vissuti, ma in alcuni più di altri, la psiche e i suoi giochi ricoprono un ruolo fondamentale.

Qui di seguito 10 dei film a sfondo psicologico che ho amato di più.

Blue Jasmine (Woody Allen, 2013) – Jasmine è sposata con un ricco uomo d’affari che viene pero’ arrestato per frode fraudolenta. Giunge cosi al termine la sua vita privilegiata e agiata e inizia il suo tracollo personale e finanziario che la porta all’abuso di alcol e psicofarmaci. Cate Blanchett è a dir poco straordinaria.

CAST:  Cate BlanchettAlec Baldwin

TRAILER:

The Hours  (Stephen Daldry, 2002) – Assolutamente uno dei miei film preferiti di sempre. Tre donne, tre epoche diverse accomunate dalla depressione e dal comando di Virginia Wolf Mrs Dalloway. Attraverso un particolare intreccio narrativo le storie delle 3 donne si intrecceranno.

CAST: Meryl StreepNicole KidmanJulianne Moore 

TRAILER:

Shutter Island (Martin Scorsese 2009) – Rachel Salado, paziente del manicomio criminale sull’isola di Shutter, scompare all’improvviso. L’agente federale Teddy Daniels, affiancato dall’ufficiale Chuck Aule, deve indagare per risolvere il mistero.

CAST: Leonardo DiCaprioEmily MortimerMark Ruffalo 

TRAILER:  

American Sniper (Clint Eastwook, 2015) Chris Kyle è il soldato più letale della storia, ma quando torna dalla su missione in Iraq deve fare i conti con una realtà’ che non gli appartiene più e l’insorgere del disturbo post traumatico da stress che gli renderà insostenibile la sua stessa esistenza.

CAST: Bradley CooperSienna MillerKyle Gallner

TRAILER:

Il cigno nero (Darren Aronofsky, 2010) – Nina Sayers è una promettente ballerina che viene scelta da un’importante compagnia come prima ballerina. Il rapporto complesso con la figura materna e la competizione con le altre ballerine metteranno in luce i disturbi psichici di Nina, tra allucinazioni, visioni, rancori ed invidie sempre più forti.

CAST: Natalie PortmanMila KunisVincent Cassel 

TRAILER:

Sofitel Rome Villa Borghese: fra dolce vita e allure francese

Quasi due anni fa, durante le festività natalizie, accendevo le lucine dell’albero di Natale del Sofitel Rome Villa Borghese, cornice romantica e dal sapore retrò dove mi rifugiavo spesso per un aperitivo in dolce compagnia, un meeting di lavoro, o semplicemente un pranzo con vista.

Da allora l’Hotel è stato chiuso per un importante restyling e finalmente oggi riapre con una veste del tutto nuova e incredibilmente affascinante. Il progetto é stato affidato a Jean-Philippe Nuel, architetto e interior designer di fama internazionale che ha realizzato alcuni degli hotel di lusso più eleganti al mondo.

Quello che non mi è sfuggito e che anzi, ho notato non appena varcata la soglia del Sofitel, è stata la capacità di unire con eleganza e gusto l’art de vivre francese alla tradizione della dolce vita romana. Roma non è una città come le altre, possiede una storia e una tradizione uniche al mondo e, mettere mano alle sue dimore storiche non è cosi facile, il rischio di snaturarle e alterarne la bellezza è dietro l’angolo. 

Jean-Philippe Nuel, forte della sua esperienza, non solo è riuscito a mantenere fede alle tradizioni, ma anche a valorizzarle esaltandone lo charme e la raffinatezza.

L’unicità dell’hotel colpisce sotto ogni punto di vista: nell’acoglienza, sofisticata e attenta, nell’imponente hall di marmo bianco, e anche nei dettagli delle 78 camere, spaziose e luminose, arredate con marmi e mobili dal design francese, calde e accoglienti. Ultimo, ma non per importanza, SETTIMO, il ristorante con vista sui giardini di Villa Borghese situato all’ultimo piano dell’Hotel.

Sedersi sulle poltroncine di velluto verde di Settimo è una vera e propria esperienza per occhi e mente. Fare colazione con le luci dell’alba che illuminano il Cupolone, bere un calice di vino con il sole che scompare lentamente dietro Trinità de Monti, degustare Whisky cullati dalle luci della notte che riflettono sui tetti della città, è una di quelle cose che bisogna concedersi almeno una volta nella vita.

Noi, rapiti da tanta bellezza, l’abbiamo fatto. Dopo l’aperitivo abbiamo avuto modo di apprezzare le prelibatezze dello chef Giuseppe D’Alessio, al quale è affidata la cucina di  Settimo Roman Cuisine and Terrace.

D’Alessio  propone una cucina semplice e al passo con la stagionatà dei prodotti, una cucina che nasce dalle tradizioni romane (sono presenti piatti come il tonnarello all’uovo cacio e pepe con cacio romano DOP & pepe nero di cubeb, buonissimo!) e da ingredienti semplici e genuini. Fra le portate possiamo trovare piatti come il  risotto carnaroli ‘ Riserva San Massimo ’ mantecato ai datterini gialli, con polvere di capperi e fonduta di stracciatella di bufala campana DOP, che ho particolarmente amato da brava vegetariana e gli gnocchi alla romana, eccezionali!

E per finire? Che non lo mangi un dolcetto?

“Come una cheese cake”, tortino di ricotta laziale e cioccolato bianco, salsa allo zabaione e degustazione di gelati arigianali!

WHAT ELSE?

Al nuovo Sofitel Rome Villa Borghese gli ingredienti per sentirsi a casa lontani da casa ci sono tutti. Accoglienza, calore, discrezione, bellezza, eleganza, qualità, buon cibo, buon vino, e.. ROMA!

Alla prossima 

Lavinia 

Come affrontare la paura dell’aereo.

La paura di volare può nascere dalle più svariate ragioni, ognuno ha le sue, e non esistono di certo tecniche universali per affrontarla. Sarebbe troppo facile! 

Quello che ti dirò in questo articolo sarà il pensiero scaturito in base alla MIA esperienza, soggettiva. Personale ma non unica. Spero perciò che qualcuno possa ritrovarsi in queste parole. Aggiungo inoltre che non mi rivolgerò a chi ha paura dell’aspetto PRATICO dell’aereo (incidenti e catastrofi, altezza ecc…) ma a quello PSICOLOGICO.

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Come sono diventata vegetariana

Sono stata una bambina senza appetito e molto schizzinosa. Le uniche cose che mangiavo di gusto erano gli spinaci e tutti i cibi che li contenevano (andavo matta per le Girelle Findus ve le ricordate?) le melanzane fritte panate, e il pane con l’olio e il pomodoro, merenda che mi preparava sempre la mia nonnina Elsa. 

La carne non era contemplata nella mia mente, ogni volta che me la ritrovavo nel piatto provavo un senso di disgusto e nel mangiarla la sentivo “ciancicona”, non andava né su né giù. C’è da dire che a casa mia l’unica carne che si mangiava era il prosciutto, il petto di pollo di tanto in tanto e l’hamburger, o carne schiacciata come lo chiamavo io… e sempre in quantità moderate. Tenete conto che mia madre è nata e cresciuta in Toscana e questo anziché avvicinarla, l’ha allontanata da quell’abuso di carne che veniva fatto a casa sua.

Insomma vi dicevo che ero disgustata dalla carne, non volevo mai mangiarla, ma comunque sono figlia di una generazione che “mangia la carne che ti fa bene” e quindi, a fatica, dopo averla masticata per svariati minuti, la mandavo giù.

Crescendo, questo disgusto non è svanito e ogni volta che andavo a cena fuori ordinavo un primo e mai un secondo. A 20 anni stavo con un ragazzo che definire carnivoro è dire poco. Ha cercato in tutti i modi di farmi piacere la tartare, il maialino sardo e compagnia bella, con scarsissimi risultati. 

A 26 anni anni ho deciso di abolire la carne rossa e di concedermi di tanto in tanto un petto di pollo biologico e qualche scatoletta di tonno. In quel periodo facevo tantissimo sport e quel tipo di carne mi dava un pò più di forza muscolare. La mangiavo più per senso del dovere che per piacere. Assurdo. C’erano giorni in cui la mandavo giù e giorni in cui anche solo l’odore mi disgustava. A 28 anni ho eliminato definitivamente la carne e dopo qualche mese anche il pesce. Per me è stata un liberazione, come se avessi iniziato a rispettare davvero il mio corpo e la mia mente. Oggi a tavola sono davvero io.

Inizialmente non è stata una scelta etica ma con il tempo, documentandomi sempre di più sul trattamento degli animali e di quanto gli allevamenti intensivi incidessero sul nostro povero ecosistema, lo è diventata. Non sono una di quelle integraliste che dice “assassino se mangi la carne”, però credo fermamente che ci sia modo e modo di mangiarla. Un modo più consapevole.

Il mio compagno non è vegetariano  né gli chiederei mai di diventarlo, è un cambiamento che deve nascere da dentro, un’esigenza che la persona stessa deve sentire. Un pò come lo smettere di fumare. Non ho problemi nel cucinare carne o pesce per lui  (non mi chiedete di pulirli perché proprio non ci riesco) che sicuramente però ne ha diminuito il consumo. Tra me e sua madre che è vegana da oltre 20 anni forse gli stanno arrivando gli influssi del vegetarianesimo 🙂

Una delle cose che mi chiedono di più è se ho avuto problemi di salute durante questo processo. Io non ho avuto alcun problema, anzi, da quando sono vegetariana mi viene l’influenza ogni due anni e non ho più avuto le mie storiche tonsilliti. Probabilmente è solo una coincidenza, non sono un medico e non mi permetterei mai di dare consigli sbagliati. Ognuno di noi ha esigenza diverse e funziona a modo suo. Rivolgetevi a professionisti del settore che vi sapranno consigliare per il meglio.

Un falso mito da sfatare è che il vegetariano mangia solo insalate. Errore! Ci sono tantissimi piatti sfiziosi che si possono preparare, che saziano e danno soddisfazione al palato. Certo, di pronto c’è meno scelta, bisogna armarsi di fantasia e pazienza e CUCINARE.

Spesso mi chiedete le ricette che preparo io, vi lascio quella delle bocconcini di quinoa super sfiziosi, degli hamburger vegetariani e dei broccoli al forno con pane al peperoncino.

Altro falso mito? Che la cucina vegetariana sia dietetica! Guardate che pure la parmigiana di melanzane è vegetariana eh! Anzi, quando ancora non ero vegetariana, seguire una dieta per perdere qualche chilo era mooooolto più facile! Mi preparavo un pettino di pollo o un trancio di salmone con verdure ed era fatta!

Comunque, essere vegetariana, ancora oggi, sembra una cosa difficile da comprendere. Nella maggior parte dei casi, quando vado al ristorante, mi propongono il pesce. Ma io dico, cosa non ti è chiaro della parola VEGETARIANO? Come se il povero pesce non fosse carne. Mia madre stessa fino a un anno fa (sono 6 anni ormai che sono vegetariana!) mi preparava la torta rustica col salmone o le polpettine di tonno. NO COMMENT. Alcuni invece “ma i formaggi li mangi?”. Insomma, ancora oggi c’è un bel pò di confusione su questo argomento perciò, amici vegetariani e vegani avete tutta la mia comprensione. Dobbiamo portare pazienza e far capire altri che ANCHE IL PESCE È CARNE.

LE RELAZIONI DI COPPIA E IL TRADIMENTO

Dopo il BLUE MONDAY settimanale con Giulio Scarano (per chi non lo sapesse, ogni lunedì in diretta Instagram alle 19,30) mi faceva piacere fare un piccolo recap sull’ultimo tema che abbiamo affrontato: le relazioni di coppia e il tradimento

Su questo tema mi sono esposta più volte, tirandomi dietro una serie di disappunti di persone che, sui social, mi hanno additato come sostenitrice del tradimento. Spoiler: non ho mai tradito il mio partner. Detto ciò credo che il tradimento sia un PERCORSO DI COPPIA. Cosa intendo?

Intendo dire che consapevolmente o meno, entrambe le parti della coppia hanno un ruolo attivo nel creare terreno fertile affinché un tradimento avvenga. Proprio così, siamo noi che stimoliamo il nostro partner a tradirci. In un certo senso possiamo dire che traditore e tradito sono complici. Cercherò di fare qualche esempio per spiegare meglio ciò che voglio dire.

LA GELOSIA:

Hai mai pensato che la gelosia e il controllo morboso del partner possano portarlo proprio a tradirci? Forse si. Ma ti dò un altro spunto di riflessione sul quale forse non ti sei soffermato. A volte è proprio il geloso che porta, consapevolmente o meno, il partner nelle braccia di un altro. In gergo psicologico viene chiamata “profezia che si auto-avvera”. 

Ti spiego meglio:

La persona gelosa, che vede ogni situazione come un possibile tradimento del partner, vive in una costante sensazione di pericolo imminente che ciò avvenga. Questa paura in realtà nasconde il desiderio di sabotare il rapporto di coppia e quindi gli fa mettere in atto tutta una serie di dinamiche che porteranno il partner al tradimento.

E potrà finalmente dire  “AVEVO RAGIONE”.

Alcuni vedono nel rapporto di coppia una responsabilità che non riescono ad affrontare, un amore che non meritano, un percorso di vita maturo al quale non si sentono preparati. Con la gelosia, con il controllo, mettono in atto tecniche che sicuramente andranno ad allontanare il partner, spingendolo probabilmente al tradimento e che, guarda un pò, lo deresponsabilizzeranno dal fallimento del proprio rapporto.

A volte dietro una paura, si nasconde un desiderio. E raccontarselo ci fa vergognare di noi stessi.

Ma questa è solo una delle infinite sfaccettature del tradimento. Un tradimento può avvenire anche per mancanza di dialogo, di condivisione, di piccole e grandi menzogne che ci raccontiamo e di cui rendiamo partecipe il nostro partner. Diventando così complici silenziosi del tradimento.

Ci fa così paura dirci le cose senza ragionare su quanto non dirsele sia il pericolo più grande.

Una coppia che comunica i propri bisogni e desideri, sarà con ogni buona probabilità una coppia dove il tradimento non trova spazio. Quella coppia riempie i vuoti con le parole. Le parole sono il mezzo attraverso il quale si costruisce reciprocità. La reciprocità porta nuovamente alla comunicazione.

Un altro aspetto da non sottovalutare è l’EGO che si intromette nella relazione. E ce lo spiega Giulio

“L’ego non dorme mai. È sempre alla costante ricerca di quello che ci manca, del lato negativo, di quello che non va, dei nostri errori e delle frustrazioni nelle quali ci identifichiamo.

Se poi abbiamo sviluppato delle dipendenze emotive ecco che l’Ego ci filtra tutte le nostre esperienze per confermarle e farci rimanere bloccati.Perché funzioniamo così? Perché ci fa meno paura un’emozione negativa che conosciamo bene piuttosto che qualcosa di nuovo e ignoto

E così ci rendiamo impossibile ogni cambiamento. Ed ecco le sue classiche manifestazioni sotto forma di lamentela: “ma perché tutti gli stronzi me li trovo io?” e “ lei non mi lascia i miei spazi” e ancora “ è troppo geloso” ecc. Additare le colpe verso il nostro partner perché non vediamo (o meglio non vogliamo vedere) la nostra responsabilità è mancanza di consapevolezza.

Non puoi cambiare l’altro ma puoi cambiare te stesso.

Come fare per riconoscere quando siamo in balia dell’ego? Dopo innumerevoli esperienze finite male ho cominciato a fare autoanalisi e a prendere coscienza dei miei comportamenti.

Una pratica che adesso mi aiuta tantissimo è considerare la relazione come un terzo elemento, come se fosse un qualcosa di delicato ed esterno a me alla mia partner. Qualcosa di cui prendersi cura, da coltivare, da ascoltare.

Così quando sto vivendo periodi di stanchezza, di frustrazione, di stress o di debolezza comunico alla mia partner che sono in un momento in cui non riesco a dedicarmi come vorrei alla relazione per X motivi e lei saprà che dovrà dare un pò di più per prendersene cura. Stessa cosa quando è lei a non poter curare la coppia. Me lo dirà e sarò io a dare un pochino di più del solito venendole incontro. Questa prospettiva di responsabilità e trasparenza evita di nascondere la testa sotto la sabbia facendo finta che vada sempre tutto bene (questo é stato in passato il mio più grande limite nelle relazioni). Non dico che filerà sempre tutto liscio. Questo non é possibile, anzi. Bisogna accettare le sfide e capire come affrontarle, ma gli strumenti più potenti che abbiamo rimangono la trasparenza e l’onestà.

Altro fondamento importante  per la costruzione di un rapporto solido è la capacità di accettare il cambiamento. Siamo esseri che si evolvono in base alle esperienze, lo abbiamo sempre fatto da soli e continueremo a farlo in coppia.

Amore incondizionato significa volere la felicità dell’altro con consapevolezza, e così dobbiamo accettare la natura mutevole che è parte di noi. Questo potrebbe trovarsi in contrasto con l’attaccamento e la paura di perdere la persona amata, anche queste caratteristiche derivanti dall’ego. É difficile, ma lasciare l’altro libero di sperimentare, di esplorare, di conoscere sé stesso e il mondo è una grande dimostrazione di amore.

Dopo un passato da mentitore seriale (che stress!) adesso mi sforzo di dire sempre la verità a qualunque costo, anche se il prezzo da pagare è affrontare una discussione che mette a disagio e a causare del dolore a chi vogliamo bene. 

Ultimo tip: le parole sono importanti.

Provate a cominciare le discussioni conflittuali con “ io mi sento” invece che “ tu sei” vedrete come l’esito della discussione potrebbe dare un risultato differente.

Per oggi è tutto, ci vediamo come sempre ogni lunedì alle 19,30 in diretta Instagram!

I NOSTRI RAGAZZI. E TU COSA FARESTI?

Cosa faresti se sapessi che tuo figlio ha ucciso qualcuno? 

Lo denunceresti sapendo che forse ti odierà per tutta la vita? 

Oppure copriresti il reato?

Questo è un pò il fil rouge de I NOSTRI RAGAZZI che avevo visto al cinema quando uscì anni fa, un cast forte (Lo Cascio, Mezzogiorno, Gasmann, Bobulova) e la regia di Ivano de Matteo. Un film rimasto un pò in sordina che ho deciso di rispolverare perché facente parte di quel filone di cinema italiano che mi fa ancora sognare.

TRAMA (no spoiler): Massimo e Paolo sono due fratelli molto diversi fra loro. Entrambi sposati, con due donne anch’esse molto diverse fra loro. Uno avvocato di successo, disinvolto e sicuro di sé, il secondo chirurgo pediatra, idealista e socialmente attivo.

Ogni mese si ritrovano in un lussuoso ristorante, con le rispettive mogli, per chiacchierare del più e del meno. Le loro vite vengono spezzate quando scoprono che i figli sono responsabili di un omicidio ripreso da alcune telecamere e trasmesso a “Chi l’ha visto?”.

Il film non vuole essere un’accusa verso una generazione di adolescenti completamente assuefatti dai social network e poco presenti alla vita, piuttosto ci vuole far notare come il problema principale sia da ricercare all’interno delle mura domestiche e in un rapporto genitore-figlio quasi totalmente assente, fatto di dialoghi di circostanza, cene consumate ognuno nella sua stanza e poca reciprocità familiare. Tutto questo, mantenendo una finta perfezione di facciata.

Inizialmente i due nuclei familiari ci vengono presentati in modo che, bene o male, ci si aspetta una determinata reazione da ognuno; ma nel momento in cui si sviluppa il dramma tutto si capovolge, come anche gli atteggiamenti degli adulti, a dimostrare che in situazioni così assurde l’essere umano può reagire in un modo del tutto inaspettato e dover fare i conti con una parte di sé che non pensava di avere. 

Mi piace la forza di narrativa di De Matteo, assolutamente uno dei registi più meritevoli dell’ultima generazione, la sua visione della famiglia intesa non solo come nucleo della nostra realtà, ma anche come specchio della crisi sociale che stiamo vivendo.

La sceneggiatura de I NOSTRI RAGAZZI, scritta da De Matteo con sua moglie Valentina Forlan, è molto solida e mai scontata, i dialoghi sono assolutamente realistici (supportati sicuramente da una recitazione di tutto rispetto) e mai fuori luogo.

Il finale lascia decisamente a bocca aperta e la sua imprevedibilità dona ancora più forza a tutta la pellicola. 

BUIO, I CONTRASTI DEL NOIR

Una volta eravamo maestri dei film di genere, poi ci siamo un pò persi per strada, tra tentativi fallimentari e scimmiottanti del cinema che fu. L’opera prima di Emanuela Rossi BUIO, mi ha fatto ben sperare in una ripresa di questo filone cinematografico. Anzi più che di ripresa, parlerei di nuova nascita.

BREVE TRAMA (no spoiler): Tre sorelle, Stella, Luce e Aria (Denise Tantucci, Gaia Bocci, Olimpia Tosatto ) vivono rinchiuse in una casa piena di contrasti, dopo che l’esplosione del sole ha decimato l’umanità. La madre è morta e il padre (Valerio Binasco) esce ogni giorno con la tuta termica e la maschera antigas per procacciare il cibo e racconta un mondo esterno pericoloso e apocalittico. Un giorno il padre non rientra a casa e la figlia maggiore Stella decide di prendere in mano la situazione e uscire e scopre che…

È un film che definirei claustrofobico, giocato su contrasti e ambiguità, ricco di dettagli mai lasciati al caso e riferimenti cinematografici raffinati. La costrizione domestica mi ha fortemente ricordato THE OTHERS (Vi ricordate? Protagonista Nicole Kidman e i suoi figli affetti da una malattia che non permette loro di esporsi alla luce del giorno senza gravi conseguenze per la loro salute); le inquadrature delle tre sorelle una in fila all’altra mi hanno subito riportato alle gemellino di SHINING , e il tema del “non guardare la luce” al recente BIRD BOX. 

Ogni capitolo di BUIO viene annunciato da un disegno fatto a mano con colori pastello che richiama il mondo dell’infanzia, e questo l’ho trovato un dettaglio incredibilmente interessante che gioca sul contrasto fra come DOVREBBE essere l’infanzia e come È l’infanzia delle tre sorelle. Quando leggevo la critica di questo film notavo che veniva spesso descritto come FAVOLA DARK, soprattutto in relazione alla fotografia (indubbiamente cupa). Ora che l’ho visto posso dire che nulla è più dark (o noir come preferisco dire io) di quella suddivisione in capitoli. Mi ha lasciato un profondo senso di angoscia e incertezza. 

Se dovessi scegliere una parola per definire questo film sceglierei CONTRASTO. Il contrasto della scenografia che ti fa perdere il senso del tempo e dello spazio. Le tre sorelle vivono in una casa dove passato e presente si mescolano, confondendo le idee e non lasciando trapelare nulla della dimensione spazio temporale nella quale vivono. I mobili sono di antiquariato, ma le luci al neon ultramoderno. La musica evidenzia sfacciatamente questo CONTRASTO. Si passa dalla musica classica, a REALITY de Il tempo delle Mele, al rap di oggi. In che luogo siamo? In che tempo siamo? Nel presente o nel passato? O forse nel futuro? Ma anche il contrasto dei costumi. Tute termiche e maschere antigas ma anche camicie da notte caste e angeliche delle tre giovani donne.

Il contrasto raggiunge la sua massima espressione nel rapporto genitore-figlio. La figura del padre è ambigua. Ogni suo gesto sottintende un pensiero contrario. Abbracci e carezze non rappresentano amore paterno ma dominio, potere, maschilismo allo stato puro. Una figura paterna raccontata dal punto di vista femminile delle tre figlie che, pure loro, lasciano trapelare amore e devozione da un lato, e timore e angoscia dall’altro.

Scelta attoriale direi perfetta.

Valerio Binasco in un ruolo per niente facile e direi quasi scomodo. Viviamo in un paese dove raccontare un padre padrone è quasi un tabù e dove gli attori sono sempre più restii nell’accettare ruoli negativi. Binasco è un grande attore di teatro e ha saputo trovare la chiave per entrare nei panni di un personaggio malato e socialmente inaccettabile. 

Denise Tantucci sorprende sempre. Giovane ma di esperienza e soprattutto dotata di quell’elemento indispensabile che è la sensibilità artistica di entrare con delicatezza nell’animo di un personaggio e farlo proprio. Stella è la donna di casa, ricopre effettivamente il ruolo di mamma (a tratti anche quello di moglie?) prendendosi cura delle sorelle più piccole. Le pettina, insegna loro la geometria e la matematica, gli fa fare sport, in poche parole dà loro un programma giornaliero per tenerle attive e impegnate. Non è certo un ruolo “facile” di quelli che impari due battute e via (non dovrebbe mai essere così intendiamoci!) ma un ruolo al quale prepararsi, un personaggio da analizzare e vivere in tutte le sue emozioni. Stella deve farsi carico delle responsabilità e del senso di colpa che il padre (padrone) insinua in lei quotidianamente per la morte della madre (è bene non dire di più). Stella è giovane ma allo stesso tempo porta già i segni sul viso di chi ha sopportato molto.

Il film è uscito nella sala virtuale di MY MOVIES durante il lockdown, curiosa coincidenza se pensiamo che nel film si parla proprio di isolamento da apocalisse. Personalmente l’ho trovato un buon film, ricco, di cura, di dettagli, di emozioni ma, proprio per questo forse mi aspettavo un finale meno sbrigativo e più accurato e realistico. Non voglio svelare di più perché la forza di BUIO sta anche nella suspence che crea e nei piccoli colpi di scena che ci regala. Spero che segni il recupero di quel filone cinematografico del quale siamo stati indiscussi maestri, le carte vincenti le ha tutte.

Il coronavirus e quella paura di uscire di casa

Ho la sindrome della capanna?

Scientificamente è una sindrome che non esiste, fatto sta che sto accusando serie difficoltà ad uscire di casa e che la paura mi impedisce di riprendere in mano la mia vita. 

Mi sono documentata su questa strana sensazione, prima confrontandomi con le persone a me care, poi leggendo riviste, libri e articoli e, sebbene non mi piaccia catalogare le cose posso dire che SI, ne soffro.

Fortunatamente sembra che sia una cosa passeggera, ma per far si che lo sia davvero sarò io a dover intervenire, a dover fare qualcosa, in poche parole SONO IO CHE DEVO AGIRE.

Siamo sempre alla solita storia, niente cambia intorno a noi se non siamo noi a cambiarlo.

Condividerò qualche suggerimento ma prima fammi un pò sfogare:)

Era aprile e avevo già scelto di diminuire il contatto con telegiornali e riviste dopo essermi accorta non facevano altro che aumentare l’ansia e la preoccupazione. Avevo la testa piena di informazioni, spesso contraddittorie, senza avere modo di crearmi un mio punto di vista. Questo faceva si che la mia mente andasse dietro al sentito dire, che non è mai positivo.

Quando sentivo parlare di una possibile riapertura il 4 maggio, la mia mente ha subito fatto finta di niente, come se quella data non fosse mai stata pronunciata. In fondo, mi dicevo, per me non cambierà assolutamente niente, continuerò a restare in casa fino a che non arriveremo al contagio zero. Facevo finta di niente, rimandavo e mi raccontavo storie. Nella mia mente ero convinta che tutti si sarebbero comportati come me, che ci sarebbe stata una graduale evoluzione delle cose, che un timore generale avrebbe impedito alla folla di riprendere una normalità che non era più normale.

Invece no. Sbagliavo. Perché il 4 maggio è arrivato e con lui la dimenticanza, la voglia di uscire tutti insieme, delle cene fuori, dei locali, delle passeggiate, degli abbracci e delle partenze. Per molti, ma non per me. Io ho continuato a vivere la mia realtà domestica alla quale senza grandi difficoltà mi sono abituata e ho scoperto, con sorpresa, che mi piace molto.

Ora però vai a capire se mi piace perché mi piace o se mi piace ho paura di quello che c’è fuori.

Ma come è potuto succedere? Ho cercato così di darmi delle risposte.

La mia casa in questo periodo è diventata il mio luogo sicuro, il luogo in cui rifugiarmi e salvarmi dal contagio. La mia casa è protetta, pulita come dico io, sana e salva. L’idea di buttarmi in un mondo che non posso controllare, un mondo in cui devo necessariamente affidarmi al prossimo, mi terrorizza. Lì fuori ci sono incertezze, c’è insicurezza. Qui dentro, casa, protezione, sicurezza.

Lì fuori c’è un mondo che non conosco più, un mondo tossico, fatto solo di occhi che non riconosco, di imprevisti e stress. Qui in casa regna la pace e la tranquillità.

Ma.

C’è un ma, e forse non solo uno. Con questo atteggiamento non ho fatto altro che INGIGANTIRE il mondo esterno. Non uscendo, ho potuto solo immaginarlo e così ho iniziato a disegnare, nella mia testa e senza controllo, le cose peggiori dando alla paura il suo cibo preferito. La paura del futuro, del contagio, degli altri, paure che hanno, a poco a poco, preso il sopravvento. 

Come si può affrontare questa situazione? Io intanto, per non saper né leggere né scrivere, mi sto preparando un piano di attacco perché NON È SANO isolarsi e chiudersi in casa. Se non sarà il virus ad uccidermi, mi ucciderà qualcos’altro. Insomma rischio di creare un problema ben più grande. 

E allora questi sono alcuni dei consigli che dò a me stessa e che rivolgo a te:

  • PARLA CON LE PERSONE. Quelle che vivono con più leggerezza questa situazione. Non perché pensi che il loro sia il modo giusto, ma perché capire che esistono altri punti di vista oltre al tuo ti può aiutare a farti un’idea completa della situazione. Non è giusto chiudersi in casa, come non è giusto fare come se non fosse successo niente. Trovare una giusta via di mezzo è la chiave.
  • CERCA DI USCIRE GRADUALMENTE. Forzati, ma senza traumi. Una passeggiata intorno casa, con le giuste precauzioni, in posti poco affollati, NON PUÒ FARTI MALE, anzi. 
  • INCONTRA PERSONE DI FIDUCIA. Quelle persone che durante la quarantena hanno rispettato le regole e che sicuramente avranno rispetto delle tue esigenza, che non ti chiederanno baci e abbracci ma avranno piacere di fare una passeggiata al parco respirano aria buona.
  • CERCA UN POSTO CHE TI FACCIA SENTIRE AL SICURO. Un esempio? Io ho deciso di andare dal parrucchiere. So che sembra una banalità ma, è un piccolo rituale che avevo e che può funzionare da trait d’union tra un isolamento completo e una cena fuori. Ho la fortuna di andare in un salone di bellezza molto grande, dove le proprietarie, due amiche, hanno massimo rispetto delle regole. Lì so che posso sentirmi al sicuro.

Purtroppo che per riappropriarci di una pseudo normalità dobbiamo fare alcuni piccoli sforzi. Non ci verrà naturale, dovremo faticare molto sia psicologicamente che fisicamente, ma è l’unica strada possibile per non impazzire e rimanere prigioniera di sé stessa. Coraggio, è ora!

E tu? Come stai affrontando il post lockdown?

IMPARARE A DIRE NO

Dopo il BLUE MONDAY settimanale con Giulio Scarano (per chi non lo sapesse, ogni lunedì in diretta Instagram alle 19,30) mi faceva piacere fare un piccolo recap sull’importanza dell’imparare a DIRE NO.

Imparare a dire no è la chiave di volta che ti renderà DAVVERO  libero.

Una delle fasi della mia vita si può racchiudere nella parola ASSECONDARE. Peccato che non assecondavo i miei bisogni, ma le richieste degli altri. 

Questo totale sbilanciamento verso l’esterno mi ha portato a mettere da parte me stessa e, nel tempo, mi ha tolto serenità e fiducia in me stessa. 

Non ascoltarti e sarai una persona inquieta, ascoltati e troverai la strada per la serenità.

Imparare a dire no non significa essere egoisti, ma saper porre un limite alle aspettative degli altri. Sono proprio le aspettative che ci impediscono di DIRE NO. Dicendo no a una richiesta abbiamo spesso paura di di DELUDERE

“Chissà cosa penserà di me?”

“Magari si offende”

“Ho paura di rimanere solo”

“Non avrò più occasioni”

Sono solo alcune dei pensieri che facciamo alla sola idea di dover dire no a qualcuno.

Inoltre, dire no ci porta a fare i conti con il senso di colpa, con la sensazione di procurare una sofferenza ad un’altra persona.

Dire no ci costringerà a modificare l’idea che gli altri hanno di noi. ” Cosa penserà di me se finora gli ho sempre detto di si?” 

Imparare la nobile arte del dire NO comincia dall’accettazione che potremmo deludere, offendere, scontentare, dispiacere qualcuno. Ma ti assicuro che il prezzo da pagare del dire sempre si è molto più alto. E infatti è proprio così che ho perso fiducia in me stessa, serenità e tempo. 

Non dimentichiamo che a volte diciamo si per inerzia, perché abbiamo l’ABITUDINE di farlo, ma ricorda che le abitudini si cambiano. Così come hai imparato a dire si, puoi imparare a dire no.

Alcune piccole regole potranno aiutarti, con me l’hanno fatto. 

  • SCEGLI. L’indecisione porta ad affidarci a quello che scelgono gli altri per noi. Non delegare più, prendi una posizione con te stesso. Con sincerità. Se tu avessi la certezza che ogni tua scelta fosse condivisa dagli altri, quale scelta faresti? Cosa faresti se nessuno ti giudicasse come cattivo, deludente, inaffidabile, egoista ecc? È importante che tu scelga anche nelle piccole cose della quotidianità perché, a lungo andare, lo sbilanciamento verso gli altri rischia di farti perdere di vista ciò che davvero ti piace.
  • ACCETTA CHE NON SI PUÒ PIACERE A TUTTI – Forse non ci hai mai pensato ma a volte, dietro una grande voglia di accontentare tutti, si nasconde la smania di piacere a tutti. Togliti di dosso questa arroganza perché non è possibile. Qualsiasi cosa tu sceglierai ci sarà sempre qualcuno che non sarà d’accordo con te, e che non tutti te lo diranno con tenerezza. 
  • PRENDI TEMPO – Se l’istinto ti porta a dire subito di si, comincia col prendere tempo. Per esempio quando ricevo una telefonata di lavoro in cui mi si presenta un’opportunità della quale non sono totalmente convinta, piuttosto che dire si di getto {e poi ritrovarmi a sprecare energie e tempo in qualcosa che non mi interessa) dico :” ti faccio sapere in questi giorni”
  • NON SENTIRTI IN COLPA – Se non con te stesso per non esserti ascoltato. Dire no può essere una grande offerta di libertà decisionale che tu dai al prossimo. Penso a quelle relazioni dove non si ha il coraggio di dire all’altro che la storia è finita, ma dove in realtà non si fa altro che privarlo della libertà di scegliere, di guardarsi intorno e di poter essere padrone della propria vita.

Dire si a tutto è un gioco della psiche che ci fa vivere in equilibrio tra la voglia di compiacere e la paura di deludere. Ma è anche un atteggiamento della mente che si può modificare con alcune piccole regole. Queste sono quelle che mi stanno aiutando, e tu? Come hai imparato a dire no?

Alla prossima 🙂

Lavinia

cinema

10 cose che non sai sui film che hai visto:

Mi piace andare a scovare i retroscena dei film che ho visto, per capirne di più la storia e cosa è successo dalla stesura delle sceneggiatura, alla scelta degli attori a quello che poi vediamo sullo schermo. Non dimentichiamo che il cinema è finzione e che mentre noi siamo impegnati a piangere di fronte a una scena d’amore, intorno ai due protagonisti ci sono tantissime persone e molta poca poesia. Severo ma vero.

VIA!

  • La sceneggiatura del film Ritorno al futuro è stata respinta più di 40 volte da tutti i principali studi cinematografici. Alcuni studi li hanno rifiutati più di una volta
  • Ogni volta che in una scena de Il Padrino compare un’arancia un personaggio muore
  • Durante la scena dell’inseguimento del film Seven, Brad Pitt si ruppe realmente il braccio e la cosa fu aggiunta alla sceneggiatura successivamente
  • Per prepararsi per il ruolo di Chris Kyle in American Sniper, Bradley Cooper dovette passare più di due mesi ad assumere più di 8000 calorie al giorno per poter assomigliare il più possibile al personaggio che stava interpretando.
  • Fellini aveva un rapporto di totale dipendenza con il doppiaggio. Considerava il doppiaggio l’ultima, importantissima, fase della produzione filmica; una fase in cui lui riusciva anche a stravolgere il film dando ancora spazio alla sua creatività. In sala di doppiaggio spesso ricreava le battute del copione. Nei suoi film infatti gli attori recitavano spesso con i numeri al posto delle battute, tanto non era importante rispettare il labiale.
  • In Forrest Gump, ogni fase della vita del protagonista inizia con lui che indossa una camicia a quadri , e lo stesso avviene col figlio.
  • Il primo film americano in cui viene tirato lo sciacquone del wc è Psycho, di Alfred Hitchock.
  • Sean Connery ha indossato un parrucchino in tutti i film della serie 007 per interpretare James Bond.
  • Per la scena “Le peggiori toilette in Scozia” di Trainspotting, i wc erano “sporcati” con il cioccolato e i bagni profumavano di pasticcini.
  • La fantasia del tappeto di Toy Story è la stessa di Shining.

Se ne conoscete altre, segnalatemele!

MAI DIRE “BEATO TE!”

Eh si, mai dire “Beato te!”, ho sempre odiato questa frase, perchè nessuno di noi può sapere cosa c’è dietro il successo di una persona.

Per esempio, parlando di attori di Hollywood, oggi li vediamo come personaggi irraggiungibili, con vite ricche di soldi, fama e successo.

Non per tutti però la vita è sempre stata facile, anzi alcuni di loro hanno affrontato momenti di grande difficoltà durante la propria infanzia.

Mi piacciono le storie delle persone, non ho mai creduto alla cosiddetta botta di fortuna, ma penso piuttosto che la fortuna sia un qualcosa che noi tutti possiamo costruirci da soli. Con forza di volontà, umiltà e determinazione. Anni fa quando frequentavo assiduamente il mondo del cinema spesso sentivo questa frase rivolta alle attrici:” ah ma quella sta lì solo perché fortunata” e mi ha sempre dato fastidio, perché da fuori tutto sembra facile a tutti. Ma nessuno di noi può sapere davvero cosa c’è dietro un successo, a volte… tanta sofferenza e dolore.

Anche se probabilmente alcune di queste storie magari le conoscerete già, mi piaceva l’idea di raccoglierle sul mio blog.

Charlize Theron – ha avuto un’infanzia travagliata. Il padre era un alcolizzato che maltrattava la madre, la quale una notte gli sparò per legittima difesa. Durante l’adolescenza la madre spinse Charlize a tentare la carriera di modella (come darle torto!) e a lasciare il Sud Africa per dimenticare quel passato così doloroso. Durante quel periodo Charlize si rese però conto che il suo sogno più grande era quello di diventare una ballerina di danza classica ma, proprio quando sta per realizzare il suo sogno, un incidente al ginocchio pone fine alla sua carriera in ascesa. Fu allora che Charlize iniziò a vivere alla bene e meglio, rubando il cibo dai ristoranti e dormendo in motel malfamati. Un giorno, mentre stava incassando un assegno inviatole dalla madre, il talent manager John Crosby la notò in seguito alla litigata che Charlize stava facendo con la donna allo sportello della banca. 

Jonny Depp – ha passato un’adolescenza senza la possibilità di crearsi una propria realtà fatta di amici e piccole routine quotidiane. Il lavoro di suo padre costringeva la famiglia a spostarsi continuamente da un paese all’altro e questo lo costringeva ogni volta a ricominciare da capo. I problemi di famiglia e la mancanza di amici lo spinsero sempre di più a chiudersi nella suo mondo fatto di solitudine e senso di inappartenenza. Fu in quel momento che i primi segnali di una forte depressione iniziarono a farsi sentire e lo portarono presto a fare uso di droghe e alcol, fino ad arrivare all’autolesionismo.

Mark Wahlberg – ha cominciato molto presto a fare uso di droghe, bere alcol e compiere furti, cosa che lo portò a finire in carcere a soli 16 anni dopo aver picchiato una vietnamita. Wahlberg a un certo punto della sua vita si rese conto che ha bisogno di “pulirsi” di ricostruire la sua identità da zero e con l’aiuto del fratello Donnie (membro del gruppo New Kids on the Block) riesce a ottenere un piccolo contratto discografico che gli permette di sfornare qualche hit con il nome d’arte MARKY MARK. Qualche anno dopo diventa volto della campagna di intimo di Calvin Kline insieme a Kate Moss. Quella è decisamente l’opportunità che gli apre le porte del cinema. Oggi Wahlberg e’ sposato e ha 4 figli e, nonostante un passato da violento omofobo, è un grande sostenitori delle famiglie gay.

Jessica Chastain – Ho sempre pensato che un’attrice così intensa debba custodire grandi dolori, che le sue interpretazioni non siano solo frutto di tanto studio, ma anche di vissuti personali che la rendono ricettacolo di forti emozioni. Queso è il caso di Jessica Chastain che ha avuto un’infanzia davvero molto difficile. Non ha mai conosciuto il padre che ha abbandonato molto preso lei, la sorella e la madre. Inoltre proprio la sorella a causa di una forte depressione é morta suicida pochi anni dopo. Le grandi perdite, i tanti dolori e gli atti di bullismo subiti a scuola, la portano a lasciare presto la scuola e a rifugiarsi nell’unica cosa che la rende davvero felice: recitare. La sua carriera di attrice nasce poco dopo grazie alla borsa di studio della fondazione creata da Robin Williams, che le ha permesso di entrare nella Juilliard School di New York.

Joaquin Phoenix è cresciuto con I Bambini di Dio, setta che incitava rapporti sessuali tra adulti e bambini. La sua famiglia era nomade e si guadagnava qualcosa facendo qualche sporadico spettacolo ambulante eo vendendo la frutta, fino a quando la madre non trovò lavoro come assistente casting in una piccola produzione a LA. Questo permise sia a Joaquin che a suo fratello River di entrare nel mondo del cinema. River purtroppo morì di overdose molto giovane (nel locale di Jonny Depp).

Tom Cruise – ha passato un’infanzia tormentata a causa dei continui abusi del padre. Il grande dolore lo ha portato ad avvicinarsi alla religione cattolica e a decidere di prendere i voti molto giovane. La sua vita ha prese poi un’altra direzione cosi come la sua fede, diventando oggi uno dei membri della chiesa di Scientology.

Woody Harrelson – che io amo nei suoi ruoli da pazzo schizzato, ha avuto anche lui un’infanzia difficile. Suo padre, Charles, da cui la madre divorziò quando l’attore aveva tre anni, era un killer professionista (morto in carcere quando Woody era ancora giovane) che ha ucciso, tra i vari, il giudice John H. Wood. Si dice addirittura che Charles Harrelson sia il vero assassino di John F. Kennedy.

Ecco, voi vedendoli così oggi, l’avreste mai detto? Questi erano solo alcuni esempi (ma ce ne sono tanti altri, anzi suggeritemene anche voi) che dimostrano quanto poco possiamo sapere delle vite e dei successi degli altri. La fatica, il dolore, la speranza, le porte sbattute in faccia, i giorni passati a non mangiare e non sapere dove dormire.

E voi di che categoria fate parte? Di quelli che si rimboccano le maniche o di quelli che criticano i successi degli altri? Non dovete dirlo a me ovviamente, ma a voi stessi. Avere questa consapevolezza vi aiuterà tantissimo nelle vostra crescita e nel vostro miglioramento.

Alla prossima

Lavinia